Nell’epistola prefatoria, il predicatore Guido Zonca da Verona indirizza al correligionario Odorico Teofanio da Capodistria il testo della predicazione del Vergerio alla quale ha assistito il 15 agosto 1552, festa dell’Annunciazione, nella chiesa di San Godenzo a Bondo (Val Bregaglia). Il Vergerio non è mai citato apertamente (ma ne parla come di “un nostro caro parente et fratello”, c. 3). Sono le fonti storiche a confermare la paternità della predica al Vergerio. Egli stesso scriverà all’amico Gualter che “nella notte dell’Ascensione alcuni fecero come Gedeone e distrussero certi ossi di un S. Guadenzio o di Bal e alcune statove”. La predica del Vergerio fece breccia nella coscienza della comunità, suscitando una conversione di massa. La redazione del sermone finita in stampa nel 1553 è della penna dello Zonca – tant’è che per lungo tempo la storiografia gliene ha attribuita la paternità – ma possiamo immaginare non si allontani dall’originale. Per argomentare gli abusi liturgici della Chiesa cattolica sulla venerazione dei santi e la fiducia nella loro intercessione, il Vergerio utilizza le “rubriche” (ovvero, le prescrizioni liturgiche sul “recte modus operandi” riservate al celebrante, a margine dei testi canonici) del “Rituum ecclesiasticorum sive sacrarum ceremoniarum sacrosanctae Romanae Ecclesiae libri tres”, redatto nel 1516 per ordine del pontefice da Cristoforo Marcello (1480-1527), teologo veneziano, canonico di Padova, protonotario apostolico e arcivescovo di Corfù. L’argomentazione del Vergerio, come di consueto, oscilla tra la satira e l’indignazione, analizzando gli aspetti più controversi (il ruolo dei santi nell’economia della salvezza; l’adorazione dei simboli della passione; l’adorazione riservata al papa).

Description(long)

La polemica verte principalmente attorno ai concetti teologici di venerazione (“dulia”, che si deve ai santi; “iperdulia” che si deve alla Vergine) e di adorazione (che si deve solo a Dio). La posizione più radicale del Vergerio esclude che la venerazione dei santi sia un mezzo utile a conseguire la grazia, essendo Cristo l’unico mediatore della grazia voluto da Dio. La polemica si muove dunque su tre piani: l’“adorazione” delle statue dei santi è un atto deviato di devozione; l’“adorazione” dei simboli della passione di Cristo (la croce il Venerdì Santo, nel Rituale di Cristoforo Marcello) è equiparato all’adorazione che i pagani facevano degli “oggetti sacri”; infine, l’“adorazione” della persona del pontefice in quanto presunto vicario di Cristo (e il Vergerio chiama in causa persino la “riverenza” di Pietro Bembo in una lettera a Leone X)

Condividi

Citare la voce

Vincenzo Vozza (25-06-2018)
Delle statue et imagini . Polet500 - Polemiche Letterarie del Cinquecento. Ururi, Al segno di Fileta. ISBN: 9788832173000; DOI: 10.5281/zenodo.881970.
Documento rilasciato con licenza Creative Commons Attribution 4.0 International License.