Il Vergerio si presenta dunque «alli lettori Christiani» usando la metafora evangelica del contadino, il quale "condotto a lavorare in qualche campo o vigna" si accorge della presenza di "ribaldi, li quali facciano consegli et trattati di voler assalire le persone, spogliarle et ammazzarle". Egli sostiene che questo contadino è "obligato di intermetter il lavoro, et lasciando ogni cosa correre là dove sono i viandanti, alzar la voce et scorprir le loro insidie". La premura con la quale il Vergerio interpreta questa missione si fa ancora più urgente quando, all’indomani della pubblicazione del "Catalogo del Della Casa", egli vede messa a repentaglio ogni possibilità di conciliazione con i teologi luterani e, ancor peggio, il rischio di una rottura definitiva che avrebbe portato allo scisma con Roma. Un aspetto forse poco sottolineato del pensiero del presule di Capodistria era quello della concordia ecclesiale: il Vergerio aveva maturato le sue idee sulla pace religiosa durante la sua permanenza alla corte di Francia al seguito del cardinale Ippolito II d’Este, pubblicando il trattato "De unitate et pace ecclesiae". Tuttavia, le concessioni teologiche che in nome dell’unità ecclesiale venivano in esso fatte ai riformati gli valsero durante la dieta di Ratisbona (1541) i richiami persino del più conciliante Gasparo Contarini. E così dunque, con pungente vis retorica, che non nasconde il risentimento personale verso il Della Casa, si oppone audacemente al documento di messa all’indice: "O popoli d'Italia, o popoli di Alamagna, di Franza, di Spagna, et di tutta la Christiana Republica, li quali con tanto ardore aspettavate che si hauesse a far un Concilio, et determinar le controversie, ecco che M. Giovanni Della Casa lo ha in un tratto comminciato, et finito, et ha fatta la determinatione di ogni cosa. Sarà mò vostro offitio di acquetarvi et humiliarvi a quello che è parso di fare a questo savio censore. Et voi Cardinali, Vescovi, Abbati, Theologi di tutta la christianità, li quali harresti havute tante fatiche, tante spese, et tante ansietà se vi fosse stato bisogno di venir a sedere in un Concilio et disputar, iudicar, diffinir queste materie ringratiate costui, che vi ha sgravati di un così grave pensiero et fastidio. In somma, a me pare che con suo honore egli poteva ben lasciar stare questa soperbissima impresa, et se pure per fare l'offitio di buon Fariseo, et persecutore della verità, esso voleva ricordare et consegliare che nella città et nel dominio di Vinetia non si havessero a vender alcuni libri pii poteva tener altra via che questa, che esso ha tenuto per mera vanagloria, publicando in stampa per tutto il mondo di haver fatto quello bel tratto, et haver condannato ogni cosa in un fascio fino que libricini, li quali non toccano altro che abusi palpabili". Colta l’occasione per difendere gli autori e le opere contenute nel "Catalogo" veneziano, il Vergerio riesce nel suo intento di redigere un’apologia della riforma italiana – nei termini di un martirio costante in nome della verità cristiana – e nello stesso tempo di portare il confronto su di un terreno più personale, quello del rapporto conflittuale con il nunzio Della Casa.

L’avversario più duro per il Vergerio, negli anni decisivi per l’abbandono delle posizioni più moderate e la rottura con Roma, fu il vescovo di Benevento Giovanni Della Casa, fresco di nomina pontificia come nunzio apostolico a Venezia nel 1544. Il Della Casa, quale membro di diritto del tribunale inquisitoriale, avrebbe steso nel maggio del 1549 un “Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia”, ponendo le basi per l’esautorazione – di concerto con il Consiglio dei Dieci – degli Esecutori alla Bestemmia da tale compito. Malgrado venisse condannato per eresia in contumacia in un secondo processo (3 luglio1549) e privato della dignità episcopale, Pier Paolo Vergerio non perse l’occasione di scagliarsi contro il “Catalogo” del Dalla Casa dalla sua nuova residenza a Poschiavo, nei Grigioni. Egli diede alle stampe, lo stesso giorno, un pamphlet in volgare, Il “Catalogo de’ libri, li quali nuovamente nel mese di Maggio nell'anno presente MDXLVIIII sono stati condannati, et scomunicati per heretici, da M. Giovan Della Casa legato di Vinetia, et d'alcuni frati. È aggiunto sopra il medesimo catologo un iudicio, et discorso del Vergerio”. Impresso nel frontespizio, in esergo, oltre ad una citazione dal quarto evangelo, si trova un versetto tratto dal libro dei Salmi: “Qui habitat in Coelis irridebit eos”. Già Lutero, nella sua edizione delle “Operationes in Psalmos” (1519-1521) annotò a proposito di questo versetto che “adversarios nostros non modo humiliandos, sed etiam ridendos esse”: l’esegesi biblica si prestava ad una lettura non solo in chiave spirituale ma soprattutto polemica contro gli avversari di Cristo, identificabili allora con la gerarchia curiale romana.

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Vincenzo Vozza (03-05-2019)
Polemica tra Pier Paolo Vergerio il Giovane e Giovanni Della Casa . Polet500 - Polemiche Letterarie del Cinquecento. Ururi, Al segno di Fileta. ISBN: 9788832173000; DOI: 10.5281/zenodo.881970.
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