L’acre polemica che vide come protagonisti Carlo Sigonio e Francesco Robortello ci è stata tramandata mediante tre opere pubblicate fra l’aprile e il settembre del 1562 all’interno dell’ambiente universitario padovano: le Disputationes Patavinae (I e II) del primo e le Ephemerides Patavinae del celebre commentatore della Poetica aristotelica. Le prime avvisaglie della rivalità che avrebbe turbato l’equilibrio dell’ateneo patavino si possono tuttavia far risalire già al 1550, data di pubblicazione dei Fasti Capitolini sigoniani, alla cui appendice l’autore aggiunse l’opuscolo De Praenominibus Romanorum in cui veniva contestata, pur senza citare direttamente lo storico udinese, l’opera robortelliana sulla medesima materia edita nel 1548. Qualche anno dopo, nel 1555, Robortello fece ristampare, presso il Grifio, l’edizione dei Fasti di Bartolomeo Marliani, non prendendo affatto in considerazione gli apporti di Sigonio sull’argomento e anzi criticandone gli scritti. Sebbene senza intenzioni manifestamente polemiche, Sigonio decise di ripubblicare i suoi Fasti aggiungendo un’ampliata versione del De Nominibus Romanorum robortelliano, accendendo così la miccia di una controversia che dalla concomitanza di interessi storici sfociò in una violenta diatriba personale. L’astio fra i due eruditi si fece dunque scoperto nel 1557, anno in cui i vicendevoli attacchi divennero palesi e la polemica entrò nel vivo del suo svolgimento. È a quest’altezza infatti che Robortello pubblica una silloge contenente diversi scritti, il De convenientia supputationis Livianae, il Variorum locorum annotationes e il trattatello De arte. Il De convenientia in particolare rivela il chiaro intento di polemizzare nei confronti delle “historiae” sigoniane del ‘55, ma dure critiche nei confronti dello storico modenese non vengono risparmiate anche nel resto dell’opera. Non soddisfatto di tale attacco e con mossa sleale Robortello fece inoltre pubblicare sotto il falso nome di Altilio Aquila un’epistola che l’umanista Gabriele Faerno aveva inviato a Paolo Manuzio e che non doveva, chiaramente, essere data alle stampe. La missiva, uscita col titolo di Epistola qua continetur censura emendationum livianarum Caroli Sigonii, suscitò la repentina reazione di Sigonio che sottrasse dalla tipografia Percacino di Padova le bozze di stampa delle Annotationes robortelliane e nel giro di un mese fece invece pubblicare gli Emendationum libri duo, dedicati alla correzione di numerosi loci del De convenientia e delle Annotationes dell’avversario, non risparmiandogli peraltro pesanti accuse all’interno della lettera prefatoria, a lui direttamente rivolta. Due anni dopo, nel 1559, Robortello rispose con il suo De vita et victu popoli romani, che tuttavia non riscosse il successo auspicato dall’autore. La situazione di stasi fra i due contendenti venne temporaneamente risolta mediante l’intervento del cardinale Girolamo Seripando ma la tregua fu breve: un anno dopo l’inizio dei corsi di Sigonio all’università di Padova, nel 1560, anche Robortello venne richiamato da Venezia nell’entroterra per prendere la cattedra in “Filosofia morale” e “Umanità” durante i corsi mattinali dello Studio patavino. Con Sigonio che occupava la seduta mattutina e Fasolo quella pomeridiana, si venne a creare una situazione di cui facilmente si scorge l’anomalia: non solo una disparità di guadagni turbava gli animi già accesi dei due rivali (grazie ai libri contabili dell’università è possibile constatare che a Sigonio spettava uno stipendio di trecento fiorini mentre Robortello ne percepiva quattrocento), ma anche la concomitanza delle lezioni generava più di qualche imbarazzo. Se Sigonio di fatto si rifiutava di cedere il suo posto e passare alla cattedra vespertina, Robortello di certo non gradiva la concorrenza del modenese. Iniziò in questo modo una guerra interna, scandita a colpi di cartelli diffamatori affissi sulle porte delle rispettive aule, che divise l’ateneo lungo tutto il 1562 e che culminò con l’episodio clamoroso del ferimento al volto di Sigonio per mano, pare, di uno studente della fazione robortelliana. Dopo il succedersi delle opere citate in apertura, le quali avevano piuttosto il sapore calunnioso dell’ingiuria che il gusto dell’erudizione storico-letteraria e che pertanto furono messe fuori circolazione dalle autorità accademiche, nel 1563 Sigonio fuggirà da Padova per prendere la cattedra pomeridiana presso lo Studio di Bologna, allontanandosi così definitivamente dal suo avversario.

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Elena Bilancia (03-05-2019)
Polemica fra Carlo Sigonio e Francesco Robortello . Polet500 - Polemiche Letterarie del Cinquecento. Ururi, Al segno di Fileta. ISBN: 9788832173000; DOI: 10.5281/zenodo.881970.
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