La polemica tra Annibale Caro e Ludovico Castelvetro fu un incalzante scontro, avvenuto negli anni tra il 1553 o il 1554 e il 1559, che, oltre a riguardare la controversia sul piano testuale, portò i due intellettuali sopraccitati a lanciarsi accuse molto violente, le quali ebbero il culmine nella denuncia rivolta al Modenese di essere il mandante dell’omicidio di Alberigo Longo; la contesa si accese a causa dei pareri intorno alla canzone cariana Venite a l’ombra de’ gran Gigli d’oro, la quale fu stesa probabilmente nell’estate 1554, tra giugno e luglio.

Lo scritto del Marchigiano iniziò, seppur in forma non ancora definitiva, a circolare negli ambienti vicini a casa Farnese e fu in questo modo che giunse tra le mani di Aurelio Bellincini, cittadino modenese dimorante a Roma in quel periodo; seppur con le dovute riserve, dovute alla difficoltà di ricostruire la vicenda, sembra che il Bellincini inviò la canzone cariana al concittadino, affinché desse un autorevole giudizio su di un testo che a Roma veniva definito degno del Petrarca: dalla sollecitazione del Bellincini, in difesa del grande Aretino, scaturì il Parere che, per volontà del filologo modenese, non doveva essere divulgato.

Il testo galeotto, la canzone d’encomio della casata di Francia scritta dal Caro su commissione del cardinale Alessandro Farnese, è composto da sette stanze fornite di congedo che ricalcano lo schema petrarchesco di Una donna più bella assai che ‘l sole (Rvf, CXIX). Se le critiche del Modenese si volevano in prima istanza linguistico-stilistiche, è ormai chiaro che esse sottendevano a più delicate motivazioni politiche e, in ultima analisi, a ragioni di riconoscimento cortigiano e letterario. In un primo momento infatti la tenzone si gioca sul piano tutto letterario dell’ortodossia al petrarchismo, della prassi poetica dell’encomio dei principi, dell’adeguatezza dello stile all’argomento, tuttavia non mancheranno in seguito i “motti indiscreti”, le ingiurie e le offese personali e fu del resto lunga la discussione fra i sostenitori delle due diverse fazioni su chi per primo avesse abbassato il tono della polemica. Castelvetro riscontrava nel componimento del Caro diversi lemmi non conformi all’eredità di Petrarca, l’utilizzo inappropriato di parole straniere o di fonti ritenute troppo contemporanee, l’incongruenza di alcuni passaggi, un uso scorretto della metafora e un generale problema di stile, soprattutto per quanto riguarda l’invocazione alle muse che apre la canzone, elemento caratteristico di uno stile e di un componimento più gravi. Lo accusava inoltre di aver copiato dal Ronsard, e male, la pratica della mitizzazione e della deificazione dei soggetti dell’encomio. Le critiche mosse dal Castelvetro dunque non si limitano solo a questioni stilistiche, ma concernono la forma e l’argomento del testo, nonché, ad un piano più elevato, la concezione del ruolo del letterato e gli stessi rapporti fra le discipline. Da una parte il grammaticus, filosofo e razionalista, che scandaglia e critica in modo letterale il componimento e si pone a difesa dell’umanesimo e, politicamente, dell’“italianità”; dall’altra il poeta, creativo e in un certo qual modo trasgressivo, che difende la sua opera tramite una lettura tutta allegorica.

Aurelio Bellincini inviò il testo di Annibale Caro a Ludovico Castelvetro con lo scopo di ottenere un’opinione prestigiosa da utilizzare per motivi personali contro il Marchigiano nel valzer delle consorterie della Roma cinquecentesca; le prime schermaglie della polemica letteraria furono caratterizzate da un ritmo tambureggiante, tanto è vero che la canzone Venite a l’ombra de’ gran Gigli d’oro arrivò al dotto emiliano nell’agosto 1554 e quest’ultimo poteva dire di avere completato il suo Parere già all’inizio del mese successivo.

Il riassunto della tenzone, a questo punto, si fa piuttosto intricato, infatti, visto il grande successo avuto dalla canzone di Annibale Caro, il tipografo Gabriel Giolito de Ferrari decise di pubblicare lo scritto di quest’ultimo in coda alla raccolta Lettere di diversi eccellentissimi huomini, a cura di Ludovico Dolce: nelle due diverse versioni dell’opera pervenute ai nostri giorni, recanti le date di pubblicazione 1554 e 1555, è evidente come la canzone del Caro sia stata inserita in maniera del tutto frettolosa, dal momento che sono numerosissimi i refusi, pertanto risulta lecito pensare a una diffusione senza l’avallo dell’autore; oltre allo scritto appena citato, nell’antologia giolitina compare anche un Commento, il quale non può essere individuato certamente come scaturito dalla penna del Marchigiano, tuttavia è plausibile che sia un testo redatto secondo precise indicazioni del Caro, se non addirittura vergato da quest’ultimo.

Il passaggio successivo della diatriba è rappresentato dalla pubblicazione dell’Apologia cariana: all’inizio di novembre del 1555 la prima stesura poteva dirsi completata, tuttavia l’incertezza politica, le mire del Caro sulla commenda dei santi Giovanni e Vittore a Montefiascone e, secondo il Castelvetro, la viltà del suo avversario, il quale procrastinava l’uscita dell’Apologia nella speranza di non trovare reazione del Modenese che allora si trovava coinvolto in indagini inquisitoriali, rinviarono la pubblicazione del testo fino al 1558, quando la situazione politica italiana si stava stabilizzando e il Marchigiano poté mandare alle stampe il suo testo nella tipografia parmense di Seth Viotto. Ad essere messa in questione a quest’altezza della contesa è la stessa capacità conoscitiva della poesia, per il classicismo sostanziale del Caro, a differenza del suo censore, la parola poetica non doveva essere mimesis della realtà ma sua trasposizione allegorica al fine di raggiungere un piano speculativo più alto.

L’ultima tappa della contesa è la castelvetrina Ragione d’alcune cose segnate nella canzone d’Annibal Caro Venite al’ombra de gran gigli d’oro, apparsa nel settembre 1559 presso l’editore modenese Gadaldini: il critico farà qui mostra della sua raffinata erudizione componendo un vero e proprio trattato di retorica e di stile poetico in cui dà conto delle auctoritas che rappresentano il suo mondo filosofico, retorico e letterario, ovvero Quintiliano, Aristotele, Petrarca e Bembo.

Il fuoco dello scontro tra i due, tuttavia, andava affievolendosi, tanto che Annibale Caro, sopraffatto dal peso di gravosi impegni dovuti ai suoi incarichi presso i Farnese, perse il patronato di quest’ultima famiglia, e individuò in Benedetto Varchi la figura che avrebbe dovuto continuare la diatriba con Ludovico Castelvetro, il quale non poteva certo dire di passare giorni tranquilli, giacché fu al centro per diversi anni di un’indagine dell’Inquisizione romana che lo portò a essere latitante sia in Italia e sia oltralpe fino alla morte avvenuta nel 1571.

All’interno dello scontro Caro-Castelvetro scesero in campo, per l’una o l’altra parte, anche altri attori che non risparmiarono violenti attacchi agli avversari: Annibale Caro fu difeso da intellettuali come Alberigo Longo, autore del vituperoso libello dei Carmina in Ludovicum Castelvitreum, Pietro Marzio, al quale il segretario farnesiano fu riconoscente nella sua Apologia per l’aiuto ricevuto, e, oltre a costoro, sul fronte cariano furono presenti Francesco Bolognetti, Vincenzo Borghini e Girolamo Zoppio, artefice di un Discorso dove si controbattono le posizioni castelvetrine con argomenti simili a quelli del Caro; un discorso a parte merita Benedetto Varchi, poiché a quest’ultimo, intellettuale affermato e di un certo spessore, fu chiesto di partecipare dallo stesso Annibale Caro: in una famosa missiva dell’aprile 1555, il Marchigiano chiedeva aiuto nella contesa con il Modenese, tuttavia il Fiorentino rimase piuttosto defilato ed entrò effettivamente nella polemica solamente quando il segretario farnesiano cadde in disgrazia e il principale obiettivo degli attacchi del filologo emiliano divenne lui stesso.

I sostegni letterari non furono un’esclusiva del Caro, e, malgrado la ritrosia di Ludovico Castelvetro, anche quest’ultimo poté contare su importanti aiuti: primo fra tutti va ricordato quello di Giovanni Maria Barbieri, insigne filologo e studioso di lingua provenzale che compose la Corona, i Mattaccini, le Marmotte e il Treperuno con il chiaro intento di colpire l’avversario del proprio concittadino, inoltre le stesse intenzioni si possono rilevare anche nel Giudicio sopra la canzon del Caro Venite a l’ombra, la quale, nonostante una dubbia paternità, porta un esplicito messaggio, il quale, a tratti sgarbato e volgare, tramanda quanto la polemica avesse raggiunto picchi di ostilità, ben lontani dalla semplice tenzone letteraria.

Condividi

Citare la voce

Elena Bilancia, Samuele Reggiani (01-01-2018)
Polemica tra Annibale Caro e Ludovico Castelvetro . Polet500 - Polemiche Letterarie del Cinquecento. Ururi, Al segno di Fileta. ISBN: 9788832173000; DOI: 10.5281/zenodo.881970.
Documento rilasciato con licenza Creative Commons Attribution 4.0 International License.